Raccomandata.
Lo sono.
Io.
Io sono una raccomandata.
Una lettera. Una busta che deve arrivare presto al mittente.
Ma che dico. Al destinatario.
Fare fatica a scrivere sulla stessa riga.
Andare sempre a capo.
Quando ti insegnano ad andare a capo?
In classe nessuno va mai a capo. Non sa quando deve finire la parte di una cosa e iniziarne un’altra.
Nella vita quasi nessuno va a capo.
Non è importante.
Non è affatto importante.
Il mio stile non si avvicinerà alla poesia? No.
Io non so scrivere poesie.
Io non so fare un cazzo.
Di poesie.
Ma la cosa non mi interessa.
Non mi riguarda molto. Non mi riguarda proprio.
Tento di scrivere senza guardare la tastiera. Mi confondo alcune lettere. In particolare la r e la t.
Faccio parecchia fatica.
Scrivo più lentamente, ho più tempo per pensare.
Mi confondo. Mi confondo ma non è un problema.
Sul mio piccolo pc ce la faccio quasi.
È praticamente impossibile su quelli che non sono miei. Che hanno la tastiera molto più larga. Le lettere più distanti.
Questo stupido esercizio è molto difficile.
In più vedo già il lavoro prodotto sul foglio…”foglio” bianco. Elettronico.
Elettrico.
A quel giro, quello di prima, non volevo andare a capo.
È capitato e basta.
Non l’ho trovato un male.
Ce la faccio quasi.
Ema, il mio compagno di classe alla PG lo sa fare. È lui che mi ha messo questa idea in testa. Ha detto che un giorno si è ritrovato a scrivere la tesi di laurea guardando lo schermo del pc. Se n’è accorto e basta. Nient’altro.
Forse dovrei smetterla di scrivere questa caterva di minchiate.
O forse dovrei semplicemente darmi della cretina anche solo per aver pensato di dover smettere di scrivere la caterva di minchiate che alla fine non ho scritto. Perché minchiate non sono. E figurati se sono una caterva, poi.
Margherita Tercon
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